Con l’avvicinarsi dell’inizio del nuovo anno scolastico torna in primo piano un problema che sta assumendo dimensioni sempre più significative: in diverse aree del Paese le scuole faticano a coprire le cattedre e una parte dei docenti arriva a rinunciare persino all’immissione in ruolo, quando questa comporta un trasferimento in territori nei quali il costo della vita rende economicamente difficile accettare l’incarico.
Le notizie riportate in questi giorni dalla stampa restituiscono un quadro significativo: secondo i dati diffusi dalle organizzazioni sindacali, in Toscana si registrerebbero circa 300 rinunce, mentre in Friuli-Venezia Giulia sarebbero rimasti vacanti 383 posti sui 1.097 autorizzati. In Liguria le nomine effettuate sarebbero 562 a fronte di 1.407 posti disponibili, mentre anche in Lombardia vengono segnalate migliaia di cattedre ancora scoperte. Alla base di molte delle rinunce vi sono situazioni personali e professionali differenti, ma emerge con sempre maggiore evidenza un problema molto concreto: la distanza tra gli stipendi del personale scolastico e il costo effettivo che un lavoratore fuori sede deve sostenere per vivere nel territorio nel quale viene assegnato. Le organizzazioni sindacali sottolineano in particolare il peso degli affitti e dei trasporti. Si determina così un paradosso: il posto di lavoro esiste, il lavoratore possiede le competenze necessarie, ma le condizioni territoriali rendono quel posto poco sostenibile.
Un problema che le aree interne conoscono da tempo
Per le aree interne e montane questa riflessione non è nuova: da tempo le strategie territoriali dedicate a questi contesti evidenziano come la tenuta dei servizi fondamentali – dalla scuola alla sanità, dai servizi sociali alla mobilità – dipenda anche dalla possibilità di garantire condizioni adeguate alle persone chiamate a lavorarvi. In questi territori alla questione economica si sommano spesso altre criticità: le distanze sono maggiori, il trasporto pubblico può essere meno capillare, i servizi sono più dispersi e il mercato immobiliare presenta caratteristiche particolari. Nei territori a forte vocazione turistica, ad esempio, la presenza di un patrimonio abitativo consistente non coincide necessariamente con la disponibilità di case per chi vi risiede o lavora: una quota importante degli immobili può essere destinata alle seconde case o alle locazioni turistiche e stagionali, riducendo l’offerta disponibile per affitti ordinari a prezzi sostenibili.
La difficoltà di trovare un insegnante, un medico, un infermiere, un operatore sociale o un altro professionista non deriva quindi necessariamente dall'assenza assoluta di personale. Può derivare anche dalla difficoltà di convincere quella persona a trasferirsi, magari per alcuni anni, in un territorio nel quale trovare casa è difficile o troppo costoso.
La casa come infrastruttura per garantire i servizi
È da questa constatazione che nasce una riflessione più ampia sul ruolo delle politiche abitative. Pensare a soluzioni abitative temporanee o a canone calmierato dedicate anche ai lavoratori dei servizi essenziali significa infatti cambiare prospettiva. La casa non è più soltanto la risposta a un bisogno individuale, ma può diventare una vera e propria infrastruttura territoriale necessaria per garantire il funzionamento dei servizi.
Un Comune, una Comunità Montana o un insieme di enti potrebbero, ad esempio, recuperare immobili pubblici inutilizzati e destinarne una parte ad alloggi temporanei. Altre soluzioni potrebbero passare attraverso convenzioni con proprietari privati, sistemi di locazione a canone calmierato, contributi per l'affitto o forme organizzate di incontro tra domanda e offerta di abitazioni. Non necessariamente, inoltre, si deve pensare a una soluzione abitativa permanente. Per un docente o un altro lavoratore fuori sede potrebbe essere determinante poter contare, almeno durante l'anno scolastico o nella prima fase dell'incarico, su una stanza o un piccolo appartamento a costi accessibili e con procedure semplici. Un vero e proprio housing temporaneo per i lavoratori dei servizi essenziali, capace di accompagnare la mobilità professionale e ridurne i costi.
Dalla Lombardia un esempio concreto: il nuovo bando per l'Housing Sociale
Un segnale interessante in questa direzione arriva proprio da Regione Lombardia, che nel 2026 ha messo in campo un importante pacchetto di misure dedicate all'Housing Sociale. Il Piano mobilita complessivamente 96 milioni di euro, attraverso tre linee di intervento, con l'obiettivo di recuperare e riqualificare circa 2.500 alloggi da mettere a disposizione a canoni accessibili, privilegiando il recupero del patrimonio edilizio esistente senza nuovo consumo di suolo. La misura si rivolge in particolare alla cosiddetta “fascia grigia”, costituita da famiglie e persone che non possiedono i requisiti per accedere all'edilizia residenziale pubblica ma, allo stesso tempo, incontrano difficoltà a sostenere i prezzi del libero mercato.
Particolarmente significativo, rispetto al problema delle cattedre scoperte, è il fatto che tra le categorie strategiche individuate dalla misura regionale figurino proprio i lavoratori dei servizi pubblici essenziali, compreso il personale della scuola, insieme al personale sanitario, del trasporto pubblico locale, delle forze dell'ordine e dei vigili del fuoco. Accanto a queste categorie vengono considerati anche giovani coppie, studenti fuori sede, persone con disabilità e nuclei in temporanea condizione di fragilità.
Si tratta di un'impostazione interessante perché dimostra come la politica abitativa possa essere messa in relazione con un problema molto più ampio: garantire la possibilità di vivere nei territori a chi vi lavora e contribuisce al funzionamento dei servizi. Per i Comuni, e in particolare per quelli delle aree interne e montane, il bando di Regione Lombardia può rappresentare un’occasione concreta per mettere in relazione il recupero del patrimonio immobiliare esistente con le esigenze abitative e di attrattività del territorio.
Per questo siamo a disposizione degli Enti interessati ad approfondire le opportunità offerte dalla misura, verificare l’ammissibilità di immobili e possibili interventi e accompagnare la costruzione di proposte progettuali coerenti con gli obiettivi del bando. Un’opportunità da valutare non soltanto come politica per la casa, ma come possibile tassello di una strategia più ampia per rafforzare i servizi e rendere i territori più attrattivi per chi sceglie di viverci e lavorarci.
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